La
Storia di

"UN’AVVENTURA LUNGA
DIECI ANNI"
di Giancarlo Governi
Cominciò tutto
così… potrei raccontare la nascita de I Fumetti in TV (prima
si chiamava Gulp!, poi Supergulp!, semplicemente perché era più
lungo, ma il sottotitolo fu sempre questo…) alla maniera delle
storie dei supereroi (e in passato l’ho anche fatto), ma racconterò
i fatti cercando di non romanzarli troppo.
Eravamo alla fine dei Sessanta, il Sessantotto era passato lasciando
un segno profondo soprattutto nel costume, nei gusti, non soltanto dei
giovani ma anche degli adulti che avevano preso a farsi crescere i capelli,
baffi alla messicana e barbe lunghe ed incolte. I giovani portavano
i jeans e d’inverno l’eskimo, che era una specie di giubbotto
militare di tela verde: qualche giovane di allora lo ha conservato gelosamente
nell’armadio. Anch’io lo avevo conservato, ma mia moglie
se n’è disfatta proditoriamente regalandolo alla Caritas,
non sapendo, la tapina, che si trattava di un cimelio che nel suo piccolo
aveva contribuito a fare la storia. Gli adulti cominciavano a farsi
sedurre dalla moda che proponeva pantaloni a zampa di elefante, giacche
vittoriane, camicie attillatissime che al primo aumento di volume dovuto
ad abbondanti libagioni facevano partire a raffica tutta la bottoniera…
Si moltiplicavano gli uomini con i basettoni e le donne con i capelli
cotonati. Insomma, si sviluppava quel museo degli orrori che fu la moda
degli anni Settanta.
I gusti musicali dei giovani erano cambiati radicalmente, grazie ai
Beatles e alla rivoluzione del rock, e quelli degli adulti stavano diventando
meno provinciali. C’era stata anche la riscoperta del Fumetto,
grazie ad alcuni intellettuali come Umberto Eco e Oreste Del Buono,
che erano stati ragazzi negli anni Trenta, il decennio d’oro del
fumetto americano. Era nato, già nel 1965, un grande mensile
come “Linus”, a cui si aggiunsero ben presto anche “Eureka”
e “il Mago”. Anche la scuola dell’animazione italiana
stava avendo un grande rilancio, grazie anche a Carosello, che proponeva
anche storie disegnate, delle quali i telespettatori ignoravano tutto
(autori, registi, disegnatori), ma che erano realizzate da grandi personaggi.
Come Paul Campani, che operava a Modena in una specie di stabilimento,
con teatri di posa, moviole, macchine da presa verticali e decine di
dipendenti, tra cui alcune ragazze che ti facevano girare la testa.
E fu proprio un Carosello di Paul Campani che mi dette l’idea.
Dovete sapere che, dopo alcuni anni da giornalista, avevo accettato
di entrare alla Rai a condizione di poter lavorare nei programmi che
erano la mia grande passione, e mi avevano nominato “Caposervizio
Programmi Speciali” e, siccome nessuno mi seppe dire che cosa
fossero questi programmi speciali (“Sono quei programmi che non
rientrano nella normalità, per contenuti e per linguaggio”
fu l’interpretazione più convincente che mi fu data dai
miei capi) mi misi a progettare, come si suol dire, a 360 gradi. Proprio
nella fase di progettazione, vidi un Carosello che attirò la
mia attenzione. Il personaggio si chiamava Pupa e le riprese erano fatte
a “disegni non animati”, cioè disegni fermi filmati
dalla camera in movimento.
Mi misi alla ricerca di persone con cui realizzare un programma che
non fosse sui fumetti, ma fatto con i fumetti, un programma, insomma,
basato sul linguaggio dei fumetti che raccontasse storie disegnate.
Il primo nome che annotai sul mio taccuino era quello di Paul Campani,
di cui praticamente ignoravo quasi tutto. Qualcuno mi aveva detto che,
in gioventù, Campani aveva fatto il disegnatore di fumetti (un
suo personaggio, quello di Mister X, che noi ragazzi chiamavamo “Misterix”,
riaffiorò dalla mia adolescenza e che poi, dopo una lunga esperienza
fatta di collaborazioni con periodici sudamericani, si era messo a lavorare
per la pubblicità, i Caroselli appunto, dove aveva inventato
personaggi di grande successo come Angelino, Toto e Tata, Svanitella
e quel Provolino, ad esempio, che diceva sempre: “Boccaccia mia,
statti zitta!”
Il secondo nome fu quello di Bonvi, che avevo incontrato nella rivista
“Off Side”, dove aveva preso a pubblicare le Sturmtruppen,
prima di vincere il concorso di “Paese Sera”, che gli dette
popolarità nazionale e anche internazionale. Insieme alle Sturmtruppen,
Bonvi pubblicò su “Off Side”, a puntate, anche Storie
dello spazio profondo, che erano sceneggiate dal cantautore, allora
per niente famoso, Francesco Guccini. Bonvi mi aveva colpito per il
disegno caricaturale e chiaro nello stesso tempo, che mi sembrò
subito molto adatto al mezzo televisivo che richiede semplicità.
L’occasione per conoscere i protagonisti del fumetto italiano
me la dette subito il Salone dei Comics che si teneva a Lucca da alcuni
anni. Lì, nella bella città toscana, mi aspettavo di trovare
chissà che cosa (interi palazzi patrizi dedicati ai fumetti)
e invece mi accorsi che tutto si svolgeva dentro il Teatro del Giglio,
dove si faceva qualche proiezione e dove gli esperti (Traini, Laura,
Calisi, Trinchero ed altri) disquisivano sul linguaggio del fumetto,
mentre nei piani alti del teatro i collezionisti si scambiavano i pezzi
pregiati della loro collezione. Scoprii che allora il giornaletto più
prezioso era Topolino e il cavallo Piedidolci, la cui quotazione era
arrivata a trecentomila lire, una cifra pazzesca per quell’epoca,
pari a tre stipendi di un impiegato. Il tutto si svolgeva nell’indifferenza
generale della città. Insomma, Lucca (così gli addetti
ai lavori chiamavano familiarmente il Salone) non era ancora diventata
quella manifestazione importante anche a livello mondiale che sarà
negli anni Settanta e ai miei occhi di profano sembrò quasi una
riunione di carbonari.
I protagonisti li trovai la sera nella hall dell’albergo Napoleon,
dove capii che si svolgeva la vera manifestazione che era fatta di incontri
fra autori ed editori, fra una bevuta e l’altra. In quella calca,
mi fu presentato Bonvi, biondissimo, vestito alla militare, che faceva
di tutto per assomigliare ora ad un tedesco, ora ad un avventuriero
internazionale balzato fuori da un fumetto di avventura (una specie
di “predatore dell’Arca perduta” ante litteram). Elemento
comune a tutte e due le versioni era il bicchiere di whisky con ghiaccio
nella mano destra.
Bonvi mi trattò con sufficiente deferenza. Mi chiamò dottore
e mi dette subito del lei, forse per stabilire le distanze che devono
esserci fra un artista e un funzionario che viene ad offrire un’occasione
di lavoro e dal quale il creativo deve, come si suol dire, farsi tirare
la calzetta, che poi vuol dire fingere di essere molto impegnati e scarsamente
interessati alle proposte che il funzionario ti viene a fare. Insomma,
io che volevo interpretare il mio ruolo di funzionario in maniera creativa,
rimasi un po' seccato dall’atteggiamento di Bonvi e non sospettai
minimamente che sotto quella divisa si nascondeva un uomo buono e geniale,
generoso fino alla dissipazione, con il quale stringerò una delle
più belle amicizie della mia vita. Come accadrà, del resto,
anche con Guido De Maria, che Bonvi portò con sé al nostro
primo incontro a Roma. De Maria si rivelò subito il personaggio
chiave di tutta l’operazione “Fumetti in TV”: colui,
insomma, che seppe dare concretezza alle mie vaghe intuizioni.
Di Bonvi saprò che si chiamava Franco Bonvicini (ma soltanto
alla moglie e madre dei suoi figli fu consentito chiamarlo con il nome
di battesimo) e che si era diplomato geometra, ma diceva di essere un
“geometro”, per rispetto alla lingua italiana, essendo lui
di genere maschile. Per tutta la vita ha disseminato la sua biografia
di fatti e di elementi al limite tra la realtà e la mitologia,
tra il dramma e la beffa, in una continua confusione, o commistione,
con la fantasia. Bonvi insomma la sua vita l’ha inventata giorno
per giorno. Bonvi era l’ultimo spirito libero, l’ultimo
anarchico. In tutta la sua vita ha sempre combattuto, con le armi del
ridicolo, contro la burocrazia, il conformismo, la stupidità.
Fino alla sua morte assurda, avvenuta pochi giorni prima del Natale
del 1995.
In più di trenta anni di lavoro e in mezzo secolo di vita, il
geometra Franco Bonvicini creò capolavori che rimarranno nella
storia del Fumetto italiano e mondiale. Ma il suo capolavoro fu la sua
biografia inventata, giorno per giorno, momento per momento, che gli
permise di creare il mito di Bonvi che gli sopravviverà per lungo
tempo, anche al di là della memoria di chi lo conobbe.
E vengo a Guido De Maria. Chi non lo conosce, non sa che cosa siano
l’ottimismo e la vita come miscela perfetta di impegno e di gioco
insieme.
Guido De Maria è un personaggio molto versatile: figlio di un
veterinario di Bologna, si iscrive, dopo il liceo, alla facoltà
di Matematica ma non arriva alla laurea, distratto da mille interessi
tutti contrastanti tra di loro, tanto che oggi, vicino alla settantina,
e pur avendo avuto successo nella vita, sembra ancora alla ricerca della
sua strada. De Maria è una persona che sa fare tutto: è
capace di costruire una casa da solo; di fare una tovaglia all’uncinetto;
di riparare una fisarmonica abbandonata da anni; di suonare perfettamente
l’ocarina (il suo pezzo forte è la Gigiotta); di confezionare
tortellini per duecento persone; di dirigere un giornale; di girare
un film facendo il regista, l’operatore, il montatore e l’attore.
E moltissime altre cose. Se fosse vittima di un naufragio e si ritrovasse
in un’isola deserta, sarebbe capace di trasformare l’isola,
nel giro di qualche anno, in una piccola Manhattan. Ma la sua vera vocazione
è quello dell’animatore di compagnie di amici, di circoli
ricreativi e culturali. Soltanto l’età e la famiglia da
mantenere gli impediscono di passare l’estate a far divertire
gli ospiti dei villaggi Valtur e il resto dell’anno a confezionare
tortellini per gli amici e a organizzare scherzi goliardici.
Alla metà degli anni Sessanta, Guido De Maria, appena trentenne,
dopo aver fatto l’umorista, aveva fondato una importante società
pubblicitaria che ideava e produceva bellissimi Caroselli in animazione.
Francesco Guccini, che ancora non pensava di fare il cantautore, lavorava
per De Maria. Un giorno, pensò di portare in ditta il giovane
Bonvi alla ricerca di un lavoro. Bonvi si sedette davanti a De Maria,
lo guardò con aria seria ed anche un po’ accigliata per
qualche secondo, e poi disse : “E’ inutile insistere, non
posso lavorare per lei, perché mi sto occupando di colture idroponiche
su Marte”. In parole povere, diceva di voler coltivare pomodori
su un altro pianeta. Guido fiutò subito il tipo e si mise a parlare
delle culture idroponiche, delle difficoltà che si incontra a
coltivare i pomodori su Marte e dei vantaggi che indubbiamente ne avrebbe
tratto l’umanità se ci si fosse riusciti. Il tutto con
la voce di Jerry Lewis. Bonvi capì che De Maria, se è
possibile, era più matto di lui e si fece assumere come disegnatore.
Così, iniziò la sua storia professionale.
Con la collaborazione di Guccini e Bonvi, De Maria realizzerà
uno dei Caroselli in animazione più belli e divertenti di quegli
anni: Salomone, il pirata pacioccone. Guido, che l’aveva ideato
e aveva inventato le prime storie, faceva la regia. Bonvi e Francesco
aiutavano De Maria a scrivere le sceneggiature, inoltre Francesco componeva
le strofette (“Son Salomone, il pirata pacioccone…”)
che venivano musicate da Franco Godi, mentre Ebro Arletti, anche lui
modenese cresciuto alla scuola di Paul Campani, si occupava del disegni
e dell’animazione dei personaggi. Alla fine di ogni episodio,
il pirata feroce chiedeva con forte accento siciliano: “Lo possiamo
torturare?”. “Ma cosa vuoi torturare?”, rispondeva
Salomone, “Porta pazienza, so io come fargli aprire la bocca...”,
e mi pare che ricorresse all’amarena Fabbri. E Bonvi disegnava.
Erano disegni tondi, cordiali, di facile lettura, nella scuola di Jacovitti
(l’unico vero maestro di Bonvi), che poi ritroveremo nei successivi
personaggi, soprattutto in Nick Carter e in Marzolino Tarantola, ma
anche nelle Sturmtruppen. La collaborazione con De Maria avrà
il suo apice proprio in Supergulp!, con il personaggio di Nick Carter.
Facemmo due prove, una sul personaggio di Petrosino, affidata a Paul
Campani e a Max Massimino Garnier, e l’altra a Bonvi e De Maria
sul personaggio di Nick Carter. Petrosino (il poliziotto italoamericano
che fu ucciso dalla mafia a Palermo, all’inizio del secolo scorso)
era un personaggio troppo forte per sprecarlo in un fumetto. Infatti,
diventò uno sceneggiato, con la regia di Daniele D’Anza
e per la interpretazione di Adolfo Celi, che ebbe grande successo. Scelsi
Nick Carter, un poliziotto appartenente alla letteratura popolare americana,
che diventò il perno intorno al quale si sviluppò tutta
l’operazione. Bonvi e De Maria ne dettero, come del resto Campani,
una versione comico-grottesca che ci sembrava la chiave giusta per una
lettura televisiva. Soltanto in una fase più matura, quella di
Supergulp!, per intenderci, ricorreremo anche a storie di avventura.
Mi ritrovai in mano cinque minuti di pellicola, girata in bianco e nero
per risparmiare, con i quali avrei dovuto convincere i miei superiori
che erano Sergio Silva e Angelo Romanò, persone di vasta cultura,
ma che probabilmente nella loro vita non avevano mai letto un fumetto.
La difficoltà stava proprio nel convincerli a produrre una intera
serie e a finanziarla. La storia di Nick Carter finiva con il detective
che smascherava il suo “acerrimo nemico Stanislao Moulinsky, mago
del travestimento”, un tormentone che si ripeterà in quasi
tutte le storie. “Tu non sei la falsa contessa polacca”,
diceva Nick, “bensì Stanislao Moulinsky in un suo riuscito
travestimento”. “Ebbene sì, maledetto Carter, hai
vinto anche ‘stavolta!” diceva Stanislao con la voce di
Amedeo Nazzari, mentre dalla eterea contessa polacca usciva fuori un
omone peloso in canottiera, con tanto di tatuaggio.
Prima della proiezione decisiva, feci vedere il film a tante persone
e in quel punto scattava sempre una sonora risata. I mie due capi rimasero
impassibili per tutta la proiezione, insensibili alla gag di Nick Carter
e dei suoi aiutanti Patsy e Ten ed io cominciai a temere che l’operazione
“Fumetti in Tv” non avrebbe avuto un seguito. Ma, inaspettatamente,
alla scena di Stanislao Moulinsky scattò la risata liberatoria
(per me).
Sembrava fatta, però c’era ancora un ostacolo da superare:
la collocazione nel palinsesto di un programma così fuori da
ogni schema. E non era un ostacolo da poco. Fui inviato alla Sacis,
la società che gestiva la pubblicità televisiva, per convincerli
a mettere i fumetti a traino, si direbbe oggi, di una fascia pubblicitaria
meno vista di Carosello, per valorizzarla. Alla proiezione era presente
tutto lo stato maggiore della Sacis: una decina di persone che mi scrutavano
con aria severa. Nei loro sguardi si leggeva un certo fastidio, che
diventò palese mano a mano che la pellicola scorreva. Alla fine,
tutti si alzarono e se ne andarono senza neppure salutarmi. Rimase soltanto
uno, che mi guardò con aria paterna per alcuni secondi. Poi,
riconsegnandomi la scatola con la pellicola, mi disse: “Benedetto
figliolo, come può pensare di far passare tutta quella violenza…”
e mi congedò guardandomi con compassione. Uscii sbalordito, tanto
che avrei pensato a uno scambio di pellicola, se non avessi assistito
alla proiezione. Ma dove l'avranno vista la violenza, pensai. Il mistero
dei dieci dollari, così si chiamava l’episodio, cominciava
con una voce fuori campo che diceva: “Mentre su New York calavano
le prime ombre della sera, in un angolo buio della quinta strada il
tenente Callaghan faceva una strana scoperta…” e si vedeva
uno trafitto da pallottole, frecce indiane e persino un’ascia
in testa che il tenente Callaghan guardava con aria interrogativa ipotizzando:
“Che si tratti di un suicidio?” Era questa la violenza!?
Mi venne voglia di tornare indietro per coprire di improperi tutto lo
stato maggiore della Sacis, ma mi trattenni. Comunque, i soldi si trovarono
e i “Fumetti in TV” andarono in onda di giovedì sul
Secondo Canale, contro il Rischiatutto di Mike Bongiorno, provocando
proteste e lamentele nelle famiglie dove gli adulti volevano vedere
Bongiorno e i giovani invece preferivano Nick Carter e soci. Come titolo
ricorremmo a Gulp!, con il punto esclamativo, l’onomatopea più
famosa del fumetto internazionale, che sta a significare sorpresa e
stupore. Guido fece comporre una bellissima sigla da Franco Godi, un
grande musicista soprannominato “Mister Jingle” per le sue
fortunate musiche composte per la pubblicità.
Per non far apparire troppo innovativa la trasmissione, decidemmo di
ricorrere alla presentazione di Cochi e Renato, una coppia di giovani
comici in gran voga in quegli anni, anche se Guido e io avremmo preferito
lasciare fuori da un programma di fumetti la “figura umana”.
A questo arriveremo più tardi, quando avremo acquistato più
coraggio e, soprattutto, più autonomia.
Ma dovremo aspettare quattro anni, perché dopo (e nonostante)
il grande successo, i Fumetti in TV furono accantonati per un lustro.
Ci fecero realizzare la prima puntata (un “pilota”, si diceva
allora) di una nuova serie più lunga e più articolata
e poi ci tolsero i finanziamenti per passarli a un programma molto costoso
come Mosè, uno sceneggiatone che aveva come protagonista Burt
Lancaster. Molto bello, per carità, ma uno di quei programmi
che in quel momento la Rai non poteva permettersi e che fece lo stesso,
sacrificando molte trasmissioni minori che andavano a costituire l’ossatura
del palinsesto. Del resto, si era ancora in regime di monopolio e la
Rai faceva quello che voleva. Ma la crisi stava per arrivare, i venti
del Sessantotto avevano cominciato a soffiare anche sulla Rai. La televisione
paternalistica e pedagogica di Ettore Bernabei, che aveva stimolato
lo sviluppo del Paese, aveva fatto il suo tempo (tanto che Bernabei,
fiutata l’aria, si era dimesso) e si chiedeva a gran voce una
televisione più democratica che desse spazio alle idee e alle
istanze nuove. Si stava insomma delineando quella che fu chiamata “la
riforma”, che prese corpo proprio nel 1976 sul modello francese,
con due reti (alcuni anni dopo si aggiunse la terza) differenziate e
in concorrenza (simulata, ovviamente, perché faceva parte della
stessa azienda) fra loro. La prima rete era rimasta di stampo cattolico
democristiano, la seconda ebbe un orientamento di sinistra.
La concorrenza fece molto bene al Paese, che fu aiutato nella sua crescita;
ai telespettatori, perché ebbero programmi nuovi e più
vivaci; alla Rai stessa, che così si preparò alla grande
rivoluzione della nascita della televisione commerciale con cui dovrà
fare i conti. E fece molto bene anche ai Fumetti in TV, di cui si innamorò
subito Massimo Fichera, il direttore della Seconda Rete. Per fortuna,
Guido De Maria, Bonvi ed io non avevamo mai smesso di tenere viva la
fiamma dei Fumetti in TV, continuando a progettare e a mantenere i rapporti
con il mondo degli autori e degli editori. Fu proprio un importante
autore, Max Bunker (al secolo Luciano Secchi) che, oltre alla possibilità
di acquisire i vari supereroi (i Fantastici Quattro, L’Uomo Ragno,
su tutti) e Alan Ford, il fortunato fumetto da lui inventato, ci suggerì
anche il titolo: il programma era più consistente e aveva una
durata superiore, per cui bisognava chiamarlo Supergulp!.
Ci mettemmo a produrre a rotta di collo, inserimmo molti personaggi
nuovi e autori che non erano presenti nella prima serie, come Jacovitti
e Hugo Pratt (con le sue storie di Corto Maltese), ma anche Tex Willer,
il decano dei personaggi italiani. Gli fu trovata una collocazione nuova,
per lunghe serie quotidiane, ed era quella della fascia preserale; per
intenderci quella che va in onda prima del Telegiornale. Finalmente,
ci liberammo della figura umana e promuovemmo Nick Carter, Patsy e Ten,
al ruolo di presentatori. Ora potevamo vantarci di fare un vero programma
di fumetti. Il successo fu travolgente e possiamo dire che a distanza
di oltre venti anni la memoria di Supergulp! è ancora viva e
questa mostra sta qui a dimostrarlo.
I Fumetti in TV andarono in onda fino al 1980.
Li facemmo morire Guido ed io, di comune accordo, quando ci accorgemmo
che il video si stava inondando di pessimi cartoni animati giapponesi
e coreani, che stavano rovinando il gusto delle nuove generazioni. Applicammo
alla televisione una legge della circolazione monetaria: in caso di
circolazione di due monete, la moneta cattiva caccia sempre quelle buona.
E noi, che sentivamo di essere la moneta buona, non potevamo subire
l’onta di essere cacciati da Ufo Robot. Quindi, facemmo come Greta
Garbo: ci ritirammo dal mercato prima di subire le ingiurie del tempo.
Giancarlo Governi
Roma, 6 gennaio 2003
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